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		<title>Fa quel che può, ciò che non può non fa</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 16:00:31 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[educazione linguistica]]></category>

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		<description><![CDATA[Ricordo Non è mai troppo tardi, ma da tantissimo tempo non ci pensavo. L’insistenza di mio marito perché vedessi un video (www.centroalbertomanzi.it/video.asp) su Alberto Manzi, “il maestro Manzi”, me lo ha fatto ricordare con un grandissimo piacere, ma soprattutto mi ha fatto scoprire tante cose che non sapevo. Non sapevo quanto Alberto Manzi avesse pagato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ricordo <em>Non è mai troppo tardi</em>, ma da tantissimo tempo non ci pensavo. L’insistenza di mio marito perché vedessi un video (www.centroalbertomanzi.it/video.asp) su Alberto Manzi, “il maestro Manzi”, me lo ha fatto ricordare con un grandissimo piacere, ma soprattutto mi ha fatto scoprire tante cose che non sapevo.</p>
<p>Non sapevo quanto Alberto Manzi avesse pagato (e non fu la sola occasione) la sua intelligente e responsabile reazione alle schede di valutazione e soprattutto non conoscevo il timbro con cui le compilava: <em>Fa quel che può, ciò che non può non fa</em>.</p>
<p>Chi si è occupato di scuola per tanti anni, come me, è stato sollecitato molte volte a parlare di valutazione. Negli anni si è visto un po’ di tutto. Schede e griglie più o meno complesse ma quasi sempre caratterizzate da singolari diciture (ne ricordo una che in una casella invitava a valutare la “grammatica”, in quella dopo la “morfologia” e in un’altra la “lingua”. Mi è rimasta più impressa di altre, ma quasi tutte le schede di valutazione della competenza linguistica erano caratterizzate da una sostanziale non conoscenza di questione linguistiche.</p>
<p>Io, come insegnante, ho sempre avuto problemi nel valutare, e l’ho sempre detto ai miei allievi: “mi piace insegnare, mi piace lavorare insieme, ma non mi piace dare voti”. In qualche modo l’ho fatto, e adesso che sono in pensione, se c’è una cosa che non rimpiango è proprio quella di dover dare voti ad una persona con cui hai lavorato con piacere e tranquillità.</p>
<p>Il fatto di insegnare all’università mi ha reso le cose un po’ più facili. Si sta fra adulti, ci si forma a delle professioni, e tante altre considerazioni. Ma se fossi rimasta ad insegnare a dei ragazzi o a dei ragazzini, credo che solo il timbro di Manzi mi avrebbe potuto salvare.</p>
<p>Sono contenta di aver visto il video e di poterne parlare, perché proprio recentemente mi è stato chiesto di lavorare con degli insegnanti sulla valutazione. Non lo farò perché in questo periodo voglio fare la nonna a tempo quasi pieno, ma anche perché mi è sempre difficile farmi capire su questo argomento.</p>
<p>Io credo che si debba lavorare con i ragazzi finché non siamo (noi e loro) soddisfatti. Si lavora ad un argomento: qualcuno capisce prima, va più in fretta, passa ad altro, con altri si riprova, si riprova, ci si mette tutti a far quadrare le cose e poi alla fine… si mette il timbro: <em>fa quel che può, quel che non può non fa</em>.</p>
<p>“Io non valuterei, ma ce lo chiedono, ce lo impongono! E poi ai ragazzi piace essere valutati; anche loro ce lo chiedono”.</p>
<p>Incomincio dalla richiesta dei ragazzi. E’ vero: a quasi tutti noi piace sapere quanto valiamo, ma soprattutto se siamo bravi o bravini. Di solito abbiamo le idee abbastanza chiare su noi stessi, e se sappiamo di rischiare valutazioni scadenti non siamo così impazienti di conoscerle.</p>
<p>Questo particolare va tenuto presente.</p>
<p>Quanto all’obbligo alla valutazione, anche questo è vero, ed è anche vero che ci sono suggerimenti sulle modalità, ma non si riflette mai abbastanza su quanta libertà di interpretazione e di attuazione è lasciata ad un insegnante.</p>
<p>Mi sono sempre stupita di come, per un assurdo meccanismo da telefono senza fili impazzito, man mano che si passa da indicazioni e direttive nazionali, fino ad arrivare alla cattedra di un insegnante, è un progressivo, inarrestabile irrigidimento delle procedure. Ma nulla lo impone.</p>
<p>Faccio spesso l’esempio dei programmi ministeriali. Ho una vera passione per quelli della scuola media del 1979 (la parte riguardante l’insegnamento della lingua italiana è un piccolo e utilissimo manuale di educazione linguistica), che arrivando nelle classi, con l’irresponsabilità dei libri di testo, sono stati completamente stravolti, pur essendo sempre citati (“in conformità ai programmi…”).</p>
<p>Basterebbe invertire la tendenza e già molto sarebbe risolto.</p>
<p>I programmi del 79 erano di larghe vedute, indicavano direzioni da percorrere, non percorsi obbligati, e scuola e libri se li sono creati, questi percorsi obbligati. Oggi, che si preferiscono indicazioni più rigide da parte del Ministero, si potrebbe aprire le vedute man mano che si arriva alle classi. Nessuno ha mai controllato quanto i programmi del ’79 siano stati disattesi e dunque è probabile che nessuno controllerà dei salutari allargamenti di orizzonte.</p>
<p>Tempo fa avevo proposto di “valutare” la situazione linguistica degli studenti rapportandola a tre parametri: nella media, sotto la media, sopra la media. Per far questo, che a mio parere dà delle indicazioni utili, occorre avere una idea sufficientemente chiara di che cosa si possa intendere per competenza “media”. Non è difficile; occorre non confondere mai la competenza media con una lingua standard alta, come accade quasi sempre. Poi occorre fare attenzione a come parlano e a come scrivono i ragazzi dell’età dei nostri studenti.</p>
<p>In altri settori non si fanno questi errori di valutazione. L’insegnante di educazione fisica valuta in base alle capacità medie di ragazzi della stessa età, non in base al record di un adulto. E così accade anche in altri settori in cui l’aderenza con la realtà è ovvia.</p>
<p>Per quanto riguarda invece la competenza linguistica c’è sempre stata la cattiva abitudine di rapportare a competenze alte e adulte.</p>
<p>Ad esempio io non ho mai sentito dire da un insegnante “questo ragazzo scrive <em>il mio amico che gli do sempre un pezzo di panino…</em>, ma è normale: a quell’età, se non si legge moltissimo, si tende a mettere per iscritto il parlato”. Scarti (<em>scarti</em> dallo standard alto) del genere vengono computati come errori.</p>
<p>Avere una competenza nella media significa non dover essere guidati ad alzarla? E’ chiaro che no. Avere una competenza media significa però “essere sufficienti”. Ritorniamo all’esempio dell’educazione fisica. Se un ragazzo salta quanto mediamente saltano i suoi coetanei, solitamente è valutato “sufficiente”. Se salta meno, sotto la media, se salta di più, avrà valutazioni più positive.</p>
<p>A me, questo, pare un buon sistema di valutazione. Rapportare la competenza dei ragazzi al modello linguistico alto, prescindendo da quando e come può essere raggiunto, non serve. Produce un numero elevatissimo di ragazzi “che non sanno parlare e meno che mai scrivere”.</p>
<p>Perché non ci si chiede se questo è “normale”, cioè nella norma. Perché i linguisti sono molto più larghi nel giudicare che gli insegnanti? I linguisti non sono più buoni, sanno invece essere più attenti nello stesso tempo alla situazione dei singoli e al quadro generale.</p>
<p>Cercare solo nella svogliatezza dei ragazzi la radice della loro incompetenza linguistica è una strada cieca.</p>
<p>La svogliatezza dei ragazzi esiste, anche nei confronti dello studio della grammatica italiana, ma fin che la si proporrà come per lo più viene proposta, difficilmente vedremo grandi cambiamenti.</p>
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		<title>ancora sull&#8217;apertura dei reparti</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 08:34:33 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[comunicazione in ospedale]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell’opinione comune di ambiente sanitario i reparti, e in particolare le Terapie intensive, devono rimanere chiuse per una serie di motivi che ricorrono con regolarità quando si affronta l’argomento. Vengono citati lo stress per l’equipe sanitaria e per il paziente, la violazione della privacy per i pazienti e, ancora, la possibilità di trasmissione di infezioni. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’opinione comune di ambiente sanitario i reparti, e in particolare le Terapie intensive, devono rimanere chiuse per una serie di motivi che ricorrono con regolarità quando si affronta l’argomento.</p>
<p>Vengono citati lo stress per l’equipe sanitaria e per il paziente, la violazione della privacy per i pazienti e, ancora, la possibilità di trasmissione di infezioni.</p>
<p>1.Che medici e infermieri debbano essere preparati all’apertura, senza limiti, delle porte dei reparti, è, dal mio punto di vista, fuori di dubbio. Che sia una preparazione lunga, faticosa e complessa, non c’è motivo di crederlo.</p>
<p>Tutto dipende dalle proprie convinzioni. Per questo io credo che prima ancora di una specifica preparazione individuale occorra un ambiente esterno preparato, una società preparata.</p>
<p>Lavorare sotto gli occhi dei parenti può essere vissuto come essere costantemente <em>controllati</em>, ma chi lo fa racconta invece del piacere di essere costantemente <em>osservati</em> mentre ci si dedica alla cura dei malati. Soltanto parenti che siano operatori sanitari potrebbero controllare, gli altri, che sono la stragrande maggioranza, osservano, senza giudicare.</p>
<p>Io credo che molto più che un lungo argomentare sia utile incontrare chi lavora a porte aperte, sentire testimonianze di pazienti e parenti che hanno frequentato reparti aperti e andare a visitare i reparti aperti.</p>
<p>Quando un’equipe che lavora a porte aperte racconta di un miglioramento nella qualità del lavoro, di una maggiore sofddisfazione, di una facilitazione nei rapporti con i pazienti e i familiari, ed anche di un risparmio di tempo e di energie, mi pare che non ci possa essere nulla di più attraente per gli indecisi.</p>
<p>Nel sito <a href="http://www.ospedaleaperto.com/">www.ospedaleaperto.com</a> raccogliamo informazioni e materiale bibliografico sull’apertura dei reparti. Il tema dello stress, così come gli altri di cui parleremo, sono trattati con chiarezza nella bibliografia riportata.</p>
<p>Lo stress per i pazienti è smentito dalle raccolte dati ormai di mole interessante.</p>
<p>2.La violazione della privacy è ritenuta da tutti gli ex pazienti di una terapia intensiva che abbiamo sentito un falso problema.</p>
<p>Immaginate di essere fra la vita e la morte e di averne coscienza (nei momenti di incoscienza preoccuparsi della privacy mi pare davvero pretestuoso, pur essendo molto apprezzabile l&#8217;attenzione alla dignità delle persone e dei loro corpi), non vi pare che l’ultimo dei vostri problemi sarebbe quello di mostrare una qualche nudità ai vostri compagni di sventura vicini di letto o ai loro disperati parenti?</p>
<p>Si tratta, come sappiamo, di pochi centimetri quadrati del nostro corpo, sia per gli uomini che per le donne; pochi centimetri che raggiunta un’equilibrata fase adulta hanno di solito smesso di procurarci interessi morbosi. Si tratta poi, come abbiamo detto, di una situazione di gravità estrema. E non dimentichiamo che anche nei reparti <em>open space</em> sono sempre presenti i paraventi, e dunque stiamo parlando di quei rari casi in cui uno spostamento, un’emergenza, una diversa prospettiva potrebbero lasciare intravedere quei pochi centimetri di cui parlavamo.</p>
<p>Non preoccupatevi dunque della nostra privacy (anche se è un pensiero gentile); preoccupatevi di farci vivere quei momenti davvero durissimi insieme alle persone con cui passiamo la vita.</p>
<p>3. Delle infezioni non credo sia il caso di parlare. Pare che (di nuovo rimando al sito citato) dall’inizio degli anni 2000 sia appurato che i frequentatori esterni non portano il tipo di infezione da temere. Il problema è dunque quello dell’aggiornamento degli operatori sanitari. Dopo dieci anni credo ci si possa augurare di non sentir più parlare di aumento del rischio di infezioni; ce lo auguriamo perché altrimenti potremmo chiederci se il ritardo nell’aggiormento tocca anche settori più delicati.</p>
<p>Abbiamo però imparato che è fondamentale che tutti quelli che entrano nel reparto (fra l’altro vestiti come sono fuori dall’ospedale) devono lavarsi le mani con grande cura. E questo vale anche per operatori sanitari di altri reparti, cosa che pare non sia facile da far rispettare</p>
<p><em>continua…</em></p>
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		<title>Un argomento che merita attenzione</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Mar 2011 15:33:00 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[comunicazione in ospedale]]></category>

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		<description><![CDATA[Ieri pomeriggio ho seguito un corso previsto da un progetto della Regione Piemonte: &#8220;Miglioramento della qualità assistenziale in terapia intensiva&#8221;. Il corso aveva come titolo &#8220;Le cure di fine vita e l&#8217;anestesista-rianimatore: raccomandazioni SIAARTI per l&#8217;approccio al malato morente&#8221;. Relatori G.R.Gristina (Coordinatore Gruppo di Studio Bioetica Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri pomeriggio ho seguito un corso previsto da un progetto della Regione Piemonte: &#8220;Miglioramento della qualità assistenziale in terapia intensiva&#8221;.</p>
<p>Il corso aveva come titolo &#8220;Le cure di fine vita e l&#8217;anestesista-rianimatore: raccomandazioni SIAARTI per l&#8217;approccio al malato morente&#8221;. Relatori G.R.Gristina (Coordinatore Gruppo di Studio Bioetica Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva &#8211; SIAARTI), S.Livigni (Ospedale San Giovanni Bosco, Torino), M. Vergano (Ospedale San Giovanni Bosco, Torino).</p>
<p>Relazioni molto chiare e molto utili anche a chi, come me, non è un professionista di quel campo. Sono in effetti argomenti che tutti dovremmo conoscere e di cui spesso si sente parlare in modo confuso.</p>
<p>Altrettanto interessanti, per me, sono stati gli interventi dei partecipanti. Un buon numero infatti ha sollevato il problema della difficoltà da parte dei medici di estubare i pazienti per cui si è concordata l&#8217;interruzione delle terapie, ed anche la difficoltà di interrompere la broncoaspirazione nel caso si mantenesse l&#8217;intubamento.</p>
<p>Per me, che fino a quel momento, seguivo con attenzione ragionamenti seri e gravi, ma tutto sommato abbastanza generici, è stato un fortissimo e duro richiamo alla realtà e all&#8217;immaginazione della realtà. E così, nell&#8217;oretta di discussione che è seguita, mi sono accorta di avere una impressione chiarissima sui miei desideri.</p>
<p>Io non desidero morire con un tubo in bocca o nella trachea. Neppure desidero morire con cateteri qua e là, tubi, tuboni, tubicini. Se devo immaginare la mia morte in ospedale, dopo vani tentativi di salvarmi, voglio immaginarmi &#8220;nuda&#8221;, come sono nata. Credo che il nostro corpo lo meriti.</p>
<p>Ho anche ben chiaro che non vorrei mai vedere una persona a me cara morire con addosso tutti questi presidi.</p>
<p>Tutto ciò che è ben accetto quando si tentano cure diventa, a me pare, di troppo quando si chiude la prospettiva delle cure.</p>
<p>Non credo che sia una impressione solo mia. Me ne stupirei. Per questo raccoglierò pareri.</p>
<p>Mi dicevano, ieri, che gli infermieri sono molto più attenti a questi aspetti di quanto lo siano i medici.</p>
<p>E&#8217; molto probabile, perché gli infermieri i corpi li vedono nella loro interezza, li toccano, li lavano, se ne prendono continua cura. I medici si occupano dei corpi in altro modo. Però il parere dei medici pesa di più in questi casi. Forse arrivati a quel momento, quando la terapia intensiva posa i suoi strumenti, si deve lasciare spazio nella decisione ad altre sensibilità.</p>
<p>Marco Vergano citava anche indicazioni già esistenti, e forse poco seguite, sul fatto che il corpo di chi sta morendo dovrebbe essere riportato il più possibile alla sua natura originale. Anche questo è poco noto.</p>
<p>Resta il fatto che alcuni (molti?) medici patiscono molto questo atto dell&#8217;estubare (come potrebbe essere altrimenti?) e tendono a non farlo.</p>
<p>Mi sembra che la cosa debba essere rispettata; ma, senza voler identificare degli estubatori con patente di insensibilità, credo che all&#8217;interno di un reparto un argomento così delicato e importante debba e possa essere affrontato. Anche in questo il parere delle famiglie o dei pazienti, se hanno potuto esprimersi, può dare molto conforto alla difficoltà del medico.</p>
<p>A chi si stia chiedendo che rapporto ha questo argomento con la comunicazione, posso rispondere che il nostro corpo comunica, e che molto probabilmente il mio desiderio di morire senza nulla di estraneo addosso è semplicemente il desiderio di apparire anche alla fine della vita nella forma più normale possibile.</p>
<p>Si dice spesso che la nostra società non accetta la morte né i suoi segni, ed è vero. Ma quanto più la nostra morte è circondata da macchine e artifici che evocano capacità sovrumane, tanto meno ci si arrende ad un evento molto naturale, per quanto tragico.</p>
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		<title>&#8220;Suo figlio non sa i verbi&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 11:37:37 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[educazione linguistica]]></category>

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		<description><![CDATA[“Suo figlio non sa i verbi!” Se ci fosse modo di sapere quante volte è stata detta questa frase a dei genitori, forse riuscirei a convincervi che il problema è serio. Non il problema dei verbi, cioè del non sapere i verbi, ma il problema che degli insegnanti di italiano possano continuare a dire una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Suo figlio non sa i verbi!”</p>
<p>Se ci fosse modo di sapere quante volte è stata detta questa frase a dei genitori, forse riuscirei a convincervi che il problema è serio.</p>
<p>Non il problema dei verbi, cioè del non sapere i verbi, ma il problema che degli insegnanti di italiano possano continuare a dire una frase del genere.</p>
<p>Intanto bisogna ragionare sul fatto che, se si dice “non sa”, chi ascolta immagina che il proprio figlio proprio non sappia.</p>
<p>Io <em>non so ballare, e non so cantare</em>. Chiunque confermerebbe.</p>
<p>Invece i ragazzi, mediamente, hanno una competenza verbale che supera il 90%.</p>
<p>Il discorso è sempre lo stesso, che accenno ma non rifaccio per non annoiare chi segue questo sito dall’inizio. Ciascuno di noi ha la competenza verbale che ha acquisito dai familiari, nell’ambiente in cui è cresciuto. Se l’ambiente è linguisticamente alto, la competenza linguistica, e verbale, è alta, altrimenti sarà media, bassa, bassissima. Ma anche quando è bassa, dal momento che la morfologia verbale ci serve per vivere, non dobbiamo immaginare individui che non usano i verbi. Dobbiamo invece immaginare ragazzi che non usano il congiuntivo nelle secondarie (d’altra parte è nella stragrande maggioranza dei casi un fatto stilistico e non funzionale), ragazzi del sud che non usano il passato prossimo, ragazzi del nord che non usano il passato remoto, ragazzi che usano una delle tante forme di periodo ipotetico dell’irrealtà che troviamo in giro per l’Italia. E poco di più.</p>
<p>Proprio poco di più. Ecco perché diciamo che i ragazzi hanno mediamente una competenza verbale del 90%.</p>
<p>Ma allora, che cos’è che non sanno?</p>
<p>Non sanno <em>etichettare</em> i verbi. Non sanno che <em>voi mangiavate </em> è la seconda persona plurale dell’imperfetto, modo indicativo, del verbo mangiare. E così via.</p>
<p>Che relazione c’è fra non sapere queste cose e non conoscere l’uso dell’imperfetto?</p>
<p>Nessuna. Davvero nessuna.</p>
<p>Quando noi parliamo, non pensiamo “adesso devo dire un futuro, prima persona, modo indicativo….”</p>
<p>L’analisi metalinguistica della lingua non ha scopi pragmatici. Almeno non li ha nel periodo di età di cui stiamo parlando.</p>
<p>Dunque la frase “suo figlio non sa i verbi” non deve preoccupare più che tanto. Certo, rimane la preoccupazione che un’insegnante che confonde (vedete, in questa situazione a me non piace usare il congiuntivo, e non lo uso. So i verbi?) competenza pragmatica e competenza metalinguistica possa poi valutare l’una per l’altra, o solo l’altra.</p>
<p>Voglio dire che occorrerebbe saper sempre scindere le due competenze e capire che quella utile è la prima, pragmatica, mentre della seconda potremmo anche fare a meno.</p>
<p>Ho ritrovato un bello schema preparato da una specializzanda SIS qualche anno fa. Mi dispiace non saper risalire al nome e cognome di chi la fatto, ma ho sempre la speranza che questo materiale circoli così tanto da incontrare il proprietario.</p>
<p>Mi pare, questo che vedrete, un buon modo di riassumere ciò che abbiamo detto.</p>
<p><a href="http://ospedaleaperto.com/luciafontanella/wp-content/uploads/2011/02/verbidef.doc">verbi&#8230;</a></p>
<p><a href="file:///Users/alessandrovitale-brovarone/Desktop/verbi.doc"></a></p>
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		<title>Montare e smontare parole</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Feb 2011 15:03:15 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[educazione linguistica]]></category>

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		<description><![CDATA[Poche cose, secondo me, sono utili ai ragazzi quanto montare e smontare parole. Detto in modo dotto, si tratta di morfologia derivazionale. Consiglio sempre la formulazione tecnica per le comunicazioni fra colleghi e con le famiglie che amano sentirsi dire le cose in modo difficile. Il lavoro è sempre lo stesso, non cambia, ma la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Poche cose, secondo me, sono utili ai ragazzi quanto montare e smontare parole. Detto in modo dotto, si tratta di morfologia derivazionale. Consiglio sempre la formulazione tecnica per le comunicazioni fra colleghi e con le famiglie che amano sentirsi dire le cose in modo difficile.  Il lavoro è sempre lo stesso, non cambia, ma la nostra diffusa esigenza di sentirci persone serie fa sì che il vederci occupati in attività di morfologia derivazionale ci appaghi molto più che il vederci alle prese con il montaggio e lo smontaggio di parole.  Si può procedere in tanti modi. A me piace scegliere parole a caso, le prime che ci vengono in mente, e poi seguendo fantasie e curiosità procedere in settori più specifici.  Ciò che importa è, come sempre, seguire metodi scientifici e utilizzare strumenti affidabili.  Scelgo RAMMOLLITO, il perché non lo so. Mi è venuto in mente.  Alla fine del lavoro vedremo se è una parola che ci ha permesso di scoprire cose interessanti e utili (attenzione: tutte le parole ci fanno scoprire qualcosa di utile).  Si può smontare questa parola in parti che hanno un significato e trovare la “base”, cioè la parola da cui “rammollito” è derivato?  La risposta di  venti studenti universitari del mio corso e di una class di seconda media (molto, molto preparata) è stata simile. Più della metà ha indicato come base l&#8217;aggettivo molle.  Dunque rammollito si è formato da molle. Non ci stupisce, perché molti di noi oggi lo usano come aggettivo nel senso di  “individuo senza volontà, energia, spina dorsale (ovviamente in metafora)”, dunque un essere “molle”.  Però, a ben pensarci, potrebbero esserci altri significati della parola rammollito.  Dove si cercano tutti i possibili significati di una parola? Ripetiamo cose già dette: il dizionario che dovrebbe darci la documentazione più completa, anche nel tempo, è il <em>Grande dizionario della lingua italiana</em> a cura di Salvatore Battaglia, edito dalla UTET a partire dal 1965. Ma non è male controllare anche su un dizionario come il<em> Dizionario dell’uso della lingua italiana</em> a cura di Tullio De Mauro, soprattutto nel caso in cui si consultino i primi volumi (cioè materiale uscito quasi cinquanta fa e dunque che rischia di non tener conto di usi più recenti della lingua italiana).  Prima di cercare proviamo a fare delle ipotesi. In molti sono arrivati alla conclusione che è un participio passato di un verbo, rammollire, che vuol dire far diventare molle.  Poi possiamo chiederci in che casi usiamo questo verbo. Proposta: rammollire il pane nel latte (in tante ricette). Controproposta: ammollare il pane nel latte…. Ricerca su google: è più usato rammollire o ammollare nelle ricette?  Ammollare, 36.600, batte rammollire, 3.100. Ma si usano tutte e due, e possiamo fare un giro di opinione fra i presenti per sapere qual è l’uso in casa nostra.  Io dico ammollare in certi casi, ma in altri rammollire. Ad esempio: “Ma non è ancora rammollito abbastanza!”.  Dunque il nostro rammollito da cui eravamo partiti vuol dire prima di tutto qualcosa che è diventato molle, per varie cause.  La parola è composta da:  RE+AD+MOLL+ITO  Notiamo che ci sono due prefissi: RE e AD.  E’ capitato spesso che ad un primo prefisso (in questo caso AD) se ne sia aggiunto un altro. Succede quando il primo attenua o perde il suo significato. Possiamo perciò immaginare che un verbo come <em>ammollire</em> sia stato riprefissato con RE+.  Poi potremmo notare anche un fatto fonetico RE+AD+MOLL… &gt; RAMMOLL…, cioè il gruppo di consonanti DM si è “assimilato” (cose diverse diventano simili) in AMM.  Questo succede per facilitare la pronuncia. Se provate a pronunciare ADMOLLARE e AMMOLLARE, capite subito quanto quest’ultima parola è più facile da articolare della precedente.  Che cosa possiamo dire su –ITO? E’ facile riconoscere la marca (il segno tipico) di un participio passato di un verbo in –IRE.  Sappiamo bene che molti participi passati vengono usati come aggettivi e iniziano una vita autonoma che, spesso, li porta anche a diventare dei sostantivi.  E’ anche il nostro caso: <em>rammollito</em> può essere usato come aggettivo, ma anche come sostantivo.  Provate a immaginare due frasi. La prima usandolo come aggettivo e la seconda come sostantivo.  1&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;  2&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..  A questo punto, se l’argomento participio passato ci interessa particolarmente (non credo che ci avvinca in modo irresistibile, ma magari ci serve parlarne per i nostri progetti scolastici), potremmo parlare del fatto che in certe zone d’Italia, ma anche dell’intero territorio romanzo (dove si parlano lingue derivate dal latino), riconosciamo delle “simpatie” per certe marche di participio piuttosto di altre.  Ad esempio nell’Italia meridionale sono più frequenti i participi in –UTO (<em>patuto</em> piuttosto che <em>patito</em>, <em>feruto</em> piuttosto che <em>ferito</em>, e tanti altri esempi), così come nella zona iberica sono più frequenti i participi in –ITO.  Stiamo però dimenticando delle considerazioni importanti che riguardano l’<em>uso</em> della lingua, e dunque delle parole.  Chiedersi che cosa vuol dire una parola non vuol dire capire chi la usa e quando.  Perché una cosa è certa: non tutti usano le stesse parole, e soprattutto non tutte le parole sono usate nelle stesse situazioni.  E allora torniamo al nostro “rammollito” e chiediamo chi usa questa parola, oggi (vuol dire “in questo periodo della nostra storia”) in Italia.  Lo usiamo in molti una parola così, ma credo che tutti la usiamo parlando in famiglia, con amici, almeno con conoscenti. Quando ci troviamo in situazioni più “serie”, formali, per dire la stessa cosa usiamo parole diverse. Ad esempio “senza carattere” può essere un modo più elegante di dire la stessa cosa, anche se in confronto a rammollito a me pare un po’ meno colorito, e quindi meno efficace.  Per avere lo stesso “colorito” potremmo dire <em>smidollato</em>, ma di nuovo si tratta di una parola del linguaggio di tutti i giorni.  Mi fermo qui, ma credo sia chiaro che si potrebbe andare ancora avanti in questa analisi sull’uso della nostra parola.  Passiamo invece ad un altro argomento, alle parole italiane che, come rammollito, derivano da <em>molle</em>.  Proviamo a identificarne qualcuna usando la nostra memoria. Fra tutti dovremmo individuarne un certo numero, ma se vogliamo avere un elenco più completo possiamo usare il DIR (Dizionario italiano ragionato, editoda D&#8217;Anna), che ci propone (l’ordine è alfabetico):  molla,mollaccione, mollare,  molleggiamento,  molleggiare,  molleggiato,  molleggio,  mollemente,  molletta,  mollettiera,  mollettone,  mollezza,  mollica,  molliccio,  mellificare,  mollire,  mollizia,  mollo,  mollume,  molluschicoltura,  mollusco,  ammollare,  ammollimento,  ammollimento,  ammollire,  ammollo,  bemolle,  bemollizzare,  emolliente,  immolare,  posamolle,  rammollire, rammollimento,  rammollito,  smollare,  smollare,  smollata,  smollicare,  tiremolla.</p>
<p>Che cosa potremmo chiederci a proposito di questo elenco di parole?  Prima di tutto possiamo chiederci quante ne avevamo individuate da soli. Poi potremmo chiederci se conosciamo il significato di tutte. Poi potremmo chiederci quando queste parole si sono formate (era una formazione già latina?); e ancora potremmo smontarle per capire in che modo si sono formate a partire dalla base (molle). Ma non basta, potremmo anche chiederci in che situazioni e contesti le usiamo, quanto sono dette o sentite in Italia.  Mi fermo qui. Ma pensate che ognuna di queste domande ci indirizza in aree della linguistica che fanno parte &#8220;del programma&#8221;. Dunque se sceglierete di rispondere a qualcuna di queste domande, non perderete tempo, andrete avanti nel programma!</p>
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		<title>Laparolinguistica ha cambiato nome e vestito</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Feb 2011 14:37:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel settembre del 2009 avevo scritto un libretto, Laparolinguistica. Tranci di teoria della comunicazione su letto di ricordi d&#8217;ospedale, che ho diffuso in questi anni attraverso questo sito e attraverso alcune stampe private, mie e di altri. Doveva servire per alcuni incontri di formazione con operatori sanitari, ma il libretto è piaciuto anche al di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel settembre del 2009 avevo scritto un libretto, <em>Laparolinguistica. Tranci di teoria della comunicazione su letto di ricordi d&#8217;ospedale</em>, che ho diffuso in questi anni attraverso questo sito e attraverso alcune stampe private, mie e di altri.</p>
<p>Doveva servire per alcuni incontri di formazione con operatori sanitari, ma il libretto è piaciuto anche al di fuori dell&#8217;ospedale, e questo deve aver smosso qualche mio sonnecchiante desiderio di essere letta ancora di più. Come resistere a queste tentazioni?</p>
<p>Oggi <em>Laparolinguistica</em> è diventato <em>La comunicazione diseguale. Ricordi d&#8217;ospedale e riflessioni linguistiche</em>, edito da Il Pensiero Scientifico (che ringrazio per la convinzione con cui l&#8217;ha accolto e in tempi brevissimi pubblicato).</p>
<p>Il libretto appare più serio nel titolo e nell&#8217;abito, ma resta, con qualche pagina in più, sostanzialmente quello di prima. Non posso più offrirlo liberamente ai lettori, ma il prezzo è contenuto e ciò che ne ricaverò sarà destinato a quel reparto di Terapia intensiva che oltre a salvarmi mi ha fatto conoscere un modo di lavorare che ha dato senso a tutte le mie laparovicende. E siccome non sono ancora finite, non escludo, fra qualche anno, di aggiornare l&#8217;argomento.</p>
<p>Grazie a chi lo farà conoscere.</p>
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		<title>Sulla clausura dei reparti di terapia intensiva</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jan 2011 11:43:57 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[comunicazione in ospedale]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalla rilevazione che abbiamo fatto (io e la moglie di un altro ex paziente della Terapia intensiva del San Giovanni Bosco di Torino), pubblicata sul sito www.ospedaleaperto.com, risulta che in media i reparti di terapia intensiva sono aperti quasi tre ore al giorno. Vi invito però a vedere sul sito gli orari dei 369 reparti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dalla rilevazione che abbiamo fatto (io e la moglie di un altro ex paziente della Terapia intensiva del San Giovanni Bosco di Torino), pubblicata sul sito <a href="http://www.ospedaleaperto.com/">www.ospedaleaperto.com</a>, risulta che in media i reparti di terapia intensiva sono aperti quasi tre ore al giorno.</p>
<p>Vi invito però a vedere sul sito gli orari dei 369 reparti che siamo riuscite a contattare. E’ evidente che la maggior parte dei reparti è molto chiuso, se non chiusissimo. Poi ci sono reparti illuminati (immagino individui illuminati e civili) che hanno aperto del tutto, cioè 24 ore (sono 9 in Italia, comprese delle rianimazioni pediatriche in cui chiudere le porte anche ai genitori mi pare davvero incredibile) o per mezza giornata, o per tutto il pomeriggio.</p>
<p>Sono questi che hanno fatto alzare la media in quattro anni da un’ora a quasi tre ore.</p>
<p>Non credo che siano invece cambiati gli orari di chi consente le visite per mezz’ora al giorno o per un’ora, magari in due diversi momenti.</p>
<p>Ci sono anche reparti in cui si entra per cinque-dieci minuti, oppure in cui non si entra affatto e ci si deve accontentare dei monitor o degli oblò, o delle finestre.</p>
<p>In un caso (a Reggio Emilia, al Salus Hospital) pare che non si possa in alcun modo controllare che il parente malato esista ancora (ma stiamo facendo verifiche, perché ci sembra davvero impossibile).</p>
<p>A questo punto occorre ricordare che stiamo parlando di malati che si trovano fra la vita e la morte (se no non starebbero in una terapia intensiva) e di parenti che vivono in un’angoscia indicibile e che hanno un bisogno estremo di verificare di persona le condizioni del malato e di stargli vicino.</p>
<p>Vi assicuro che per chi, come me, ha visto l’angoscia e l’ansia sgretolare un marito e tre figli, se pure in un reparto che ritengo un modello di professionalità e civismo, un reparto allora molto aperto, e oggi aperto 24 ore, sentirmi rispondere con assoluta indifferenza che l’orario consiste in pochi minuti, o in una mezz’ora, o in un’ora, è come ricevere pugni nello stomaco.</p>
<p>E mi immagino vite familiari sconvolte da questi tempi, il districarsi fra lavoro, cura dei figli, dei vecchi, stanchezza, e poi l’incertezza sulla possibilità di vivere, o del come vivere, del figlio, del marito, della madre. In cinque minuti, dieci, trenta, o da un nonitor, che cosa si può capire? Niente.</p>
<p>Ma a chi può venire in mente un orario del genere?</p>
<p>Spero a nessuno, spero che ciascuno lo abbia ereditato dal precedente e sia solo colpevole di leggerezza nei confronti di aspetti su cui c’è abitudine a non riflettere.</p>
<p>Sento da due anni (cioè da quando mi interesso di questo argomento) parlare dei benefici della presenza dei parenti accanto ai malati, sia da parte medica che da parte degli ex pazienti, ma mi accorgo che non riesco a vedere in questo il motivo dell’apertura delle porte (pur considerandolo molto importante).</p>
<p>Il punto, secondo me, sta nel non diritto di chiuderle, quelle porte.</p>
<p>E scusate se torno, come sempre, sulla percezione della proprietà dello spazio e del tempo in un luogo come un ospedale pubblico (mi pare che non ci sia da spiegare la differenza fra un ospedale e un ufficio amministrativo, ad esempio).</p>
<p>Chi ha stabilito quegli orari ritiene di avere diritto o dovere di farlo. Si sente unica parte in causa.</p>
<p>Mi ha colpito moltissimo che in nessun caso, nessuno su 369 telefonate, che non sono poche, ci sia stata la percezione della pochezza dell’orario di apertura e ci si sia in qualche modo giustificati. Mai. I reparti di terapia intensiva sono luoghi di clausura.</p>
<p>Per esserlo, per continuare ad esserlo, da quando si possono conoscere modelli diversi, DEVONO esserci motivi molto seri.</p>
<p>A ben vedere, però, le obiezioni citate in letteratura e riscontrate negli incontri con medici e infermieri non sono molte, e dunque non è difficile occuparsene.</p>
<p>Ma anche questa è un’altra puntata.</p>
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		<title>&#8220;Buongiorno, potrei sapere gli orari di visita ai pazienti?&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Dec 2010 11:44:24 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[comunicazione in ospedale]]></category>

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		<description><![CDATA[“Buongiorno, potrebbe dirmi gli orari di visita ai pazienti, per cortesia?” La domanda era più o meno di questo tipo, ed è stata fatta a 369 reparti di Terapia intensiva in Italia (l’elenco, fornitoci dal GiViTi, comprendeva 423 reparti, ma alcuni non sono stati raggiungibili). Lo scopo era quello di raccogliere informazioni per una rilevazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Buongiorno, potrebbe dirmi gli orari di visita ai pazienti, per cortesia?”</p>
<p>La domanda era più o meno di questo tipo, ed è stata fatta a 369 reparti di Terapia intensiva in Italia (l’elenco, fornitoci dal GiViTi, comprendeva 423 reparti, ma alcuni non sono stati raggiungibili).</p>
<p>Lo scopo era quello di raccogliere informazioni per una rilevazione che, a distanza di quattro anni da quella fatta da Alberto Giannini (pubblicata su <em>Intensive Care</em> 2008), permettesse di capire se qualcosa è cambiato nell’apertura al pubblico dei reparti. I risultati sono pubblicati sul sito</p>
<p>www.ospedaleaperto.com</p>
<p>Le telefonate sono state fatte da me e dalla moglie di un altro ex paziente della TI del San Giovanni Bosco di Torino.</p>
<p>A me la domanda è nata così, spontaneamente. Voglio dire che, pur sapendo che si trattava di una rilevazione con un certo scopo, non mi è parso il caso di presentarmi e di spiegare il motivo della richiesta.</p>
<p>Chiedere in forma anonima l’orario di apertura ad una struttura pubblica, che ha un orario di apertura al pubblico, mi pare “normale”.</p>
<p>Così lo hanno ritenuto in un 30% dei reparti, che hanno risposto più o meno cortesemente alla mia domanda. Nel restante 70% non c’è stata risposta ma mi è stato chiesto, spesso in malo modo “e lei chi è?”, oppure “di chi è parente?”.</p>
<p>Le prime volte ho insistito facendo notare che un reparto di un ospedale pubblico dovrebbe rispondere a chi desidera informarsi anche in forma anonima sugli orari di apertura al pubblico. Ma questa strada si è rivelata infruttuosa e mi ha prodotto pericolosi rialzi di pressione.</p>
<p>Ho allora optato per il presentarmi con nome e cognome e spiegare il perché della mia domanda, anche perché ritenevo prioritario condurre a termine la rilevazione. Questo ha facilitato la risposta, ma in un numero rilevante di casi ha prodotto rallentamenti (“Allora la faccio parlare con il primario…” “allora la faccio parlare con…”).</p>
<p>Una percentuale fortunatamente bassa di interlocutori si è rifiutata comunque di rispondere (“ma non sa che questo è un reparto speciale?”; “se vuole sapere gli orari venga a leggerli sulla porta o se li veda sul sito”; “se non è un parente di un malato non glieli posso dire”, “faccia domanda all’amministrazione”, ecc.).</p>
<p>Racconto queste cose, perché si prestano molto bene a notare alcuni meccanismi comunicativi di cui si è già parlato e che sono fondamentali per capire da dove nascono i problemi nella comunicazione in ospedale.</p>
<p>E’ bene però fare ancora qualche esempio preso dalla vita di tutti i giorni.</p>
<p>Se ho bisogno di sapere l’orario di un film, lo chiedo telefonando ad un cinema senza presentarmi. Se lo facessi potrebbe essere preso come una stramberia, oppure metterei in difficoltà chi risponde che si chiederebbe “ma chi è questa qui; non mi ricordo mica?”. Se ho bisogno di sapere a che ora entrano i ragazzi in una scuola, posso non presentarmi. Mi rispondono (anche in questo caso più o meno cortesemente, come siamo abituati a constatare). Avvicinandoci ad ambienti ospedalieri, vi invito a telefonare ad una clinica privata chiedendo gli orari di visita ai pazienti: dubito che vi venga chiesto chi siete o di che malato siete parente o amico. Vi diranno con cortesia gli orari.</p>
<p>Dove sta la differenza?</p>
<p>La differenza sta, anche in questo caso, nella percezione della proprietà dello spazio in cui si lavora.</p>
<p>Chi lavora in un cinema non lo ritiene suo, e gli è ben chiaro che la gente che lo frequenta (o che telefona) sono clienti con determinati diritti. Anche quello di informarsi sugli orari.</p>
<p>In una clinica privata il concetto di cliente è chiarissimo.</p>
<p>Negli ospedali pubblici in Italia non è così, o almeno non è quasi mai così.</p>
<p>Le porte chiuse, i campanelli il cui suono non produce nulla, il tipo di accoglienza, gli atteggiamenti, i toni, i modi, il tempo che ti dedicano, gli occhi che non ti guardano, gli spazi che ti offrono, e tante altre cose di cui si è già parlato, possono venire in mente ed esistere, nel nostro convenzionale modo di vivere, solo nella testa (anche poco educata) di chi si sente “padrone”.</p>
<p>Quegli stessi individui non si comporterebbero così a casa vostra, perché sanno benissimo che finirebbero male.</p>
<p>Ho citato la maleducazione perché molto spesso è l’educazione delle singole persone che ci fa pensare che esista una relazione corretta. Voglio dire che chi lavora in un ospedale, se è persona civile ed educata, può contemporaneamente sentirsi “padrone” della struttura e apparire gradevole: uno squisito padrone di casa, che ci fa dimenticare le porte chiuse e tutto il resto.</p>
<p>Dunque, a mio parere, rispondere “e lei chi è?” o “di chi è parente?” può venire in mente solo a chi percepisce la domanda “…potrebbe dirmi gli orari….” come un’intrusione nei propri spazi.</p>
<p>Certo è difficile che venga in mente a chi, ogni giorno, nel momento in cui entra nel suo reparto, si sente al servizio di un pubblico che è fatto di malati, di parenti, ma anche di anonimi che telefonano.</p>
<p>Resta ancora un punto importante: perché le risposte che ho citato mi hanno alterato così tanto.</p>
<p>In fondo tutti noi incontriamo maleducati tutti i giorni, e raramente questo ci altera profondamente.</p>
<p>Anche su questo è bene esercitarsi a riflettere. Le nostre reazioni, diverse da caso a caso, dipendono anch’esse da tutta una serie di convenzioni consolidate che ci formano già da piccoli.</p>
<p>Una maleducazione per strada ci colpisce in un certo modo, in un negozio in un altro modo, in uno scompartimento di un treno in un altro ancora, a casa di un lontano conoscente ancora in un altro, a casa di un amico, a ben considerare, ancora in un altro, ma a casa nostra il discorso è davvero diverso.</p>
<p>A casa nostra è inaccettabile!</p>
<p>Ecco il punto. Io, che sono assolutamente convinta che chi accetta un lavoro al servizio di un pubblico deve ricordarselo sempre e non approppriarsi di nulla che sia di tutti, non tollero che da una struttura pubblica mi si risponda in malo modo “chi è lei?”, come per dire: con che diritto lei mi disturba e mi chiede ciò che non è detto che io voglia dirle?</p>
<p>Per me è inaccettabile, mi offende, mi urta, mi fa imbestialire (anche perché quando la risposta finalmente arrivava mi sentivo per lo più dire “dalle 12,30 alle 13 e dalle 19 alle 19,30”; quando non “dalle 13 alle 13 e 10” “e la sera?” “la sera, no”).</p>
<p>Ma anch’io, di fronte alla gentilezza, cado in trappola.</p>
<p>Alcuni hanno risposto con grande gentilezza “Scusi, con chi parlo?”, oppure “Scusi, lei è parente di un ricoverato?”. La gentilezza ha prevalso su tutte le mie convinzioni. Ho perdonato tutto. Ho percepito nella domanda un reale bisogno di sapere di più per essere più utili.</p>
<p>Vero o falso che fosse, questa è stata la mia percezione, e ho risposto con piacere alle loro domande.</p>
<p>Si potrebbe concludere che è sufficiente essere persone civili ed educate, e non sarebbe una conclusione disadatta, ma spero che invece chi legge vorrà riflettere ancora sul concetto di proprietà dello spazio e del tempo per chi lavora in una struttura pubblica. Perché lì sta la chiave per interpretare molte situazioni spiacevoli.</p>
<p>Tutto questo sui modi; sulla sostanza, cioè su quanto sono aperte le Terapie intensive in Italia, alla prossima puntata.</p>
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		<title>La Colifata</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Dec 2010 16:32:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ho trascurato il mio sito per un po&#8217; di tempo, perché mi sono occupata di far decollare un altro sito a cui tengo molto www.ospedaleaperto.com Ma prima di riprendere a scrivere e ragionare su questioni di comunicazione che ci toccano un po&#8217; tutti, voglio far conoscere a chi ancora non la conosce La Colifata. Troverete [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho trascurato il mio sito per un po&#8217; di tempo, perché mi sono occupata di far decollare un altro sito a cui tengo molto</p>
<p>www.ospedaleaperto.com</p>
<p>Ma prima di riprendere a scrivere e ragionare su questioni di comunicazione che ci toccano un po&#8217; tutti, voglio far conoscere a chi ancora non la conosce <em>La Colifata</em>. Troverete tutto su</p>
<p>www.lacolifata.org</p>
<p>ma prima godetevi questi video:</p>
<div>
<div><a href="http://www.google.com/search?sourceid=chrome&amp;ie=UTF-8&amp;q=la+colifata#q=la+colifata&amp;um=1&amp;ie=UTF-8&amp;tbo=u&amp;tbs=vid:1&amp;source=og&amp;sa=N&amp;hl=en&amp;tab=wv&amp;fp=9b30a5209b71a6da" target="_blank">http://www.google.com/search?sourceid=chrome&amp;ie=UTF-8&amp;q=la+colifata#q=la+colifata&amp;um=1&amp;ie=UTF-8&amp;tbo=u&amp;tbs=vid:1&amp;source=og&amp;sa=N&amp;hl=en&amp;tab=wv&amp;fp=9b30a5209b71a6da</a></div>
<div><a href="http://www.youtube.com/watch?v=yTvfVCgBPUs" target="_blank">http://www.youtube.com/watch?v=yTvfVCgBPUs</a></div>
<div></div>
</div>
<div>E&#8217; una storia che ha molto a che vedere con la comunicazione, e ringrazio mio figlio Sebastiano che me l&#8217;ha fatta conoscere.</div>
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		<title>Terapie intensive aperte</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Sep 2010 18:09:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Controllo ogni tanto ciò che c’è di nuovo in rete sulle terapie intensive aperte, e la mia impressione è che l’argomento non solo sia presente, ma stia piano piano assumendo lo spazio e i toni che merita. Sono contenta che questo accada anche perché, nel frattempo, mi sono accorta che anche il mio modo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Controllo ogni tanto ciò che c’è di nuovo in rete sulle terapie intensive aperte, e la mia impressione è che l’argomento non solo sia presente, ma stia piano piano assumendo lo spazio e i toni che merita.</p>
<p>Sono contenta che questo accada anche perché, nel frattempo, mi sono accorta che anche il mio modo di pensare è cambiato.</p>
<p>In questi due anni e mezzo, da quando sono stata male, sono passata da un pervasivo sentimento di gratitudine per chi mi ha salvato, alla stima per la professionalità del reparto a cui attribuisco il maggior merito, e poi ancora alla voglia di informarmi sulle terapie intensive, per arrivare, da questa estate, alla convinzione, ferma, che la piena apertura di un reparto come una terapia intensiva sia un diritto per tutti i cittadini di uno stato socialmente avanzato come quello italiano.</p>
<p>Che sia un diritto, se ci pensate, è intuitivo. Ma ci sono anche ragioni razionali.</p>
<p>In questi due anni sono stata invitata  a diversi incontri con operatori sanitari, per presentare alcune teorie sulla comunicazione che possono migliorare le relazioni fra mondo sanitario e utenza.</p>
<p>Il nocciolo della questione sta, come ho anche cercato di spiegare in <em>Laparolinguistica……..</em>, nella disparità di condizione. Non mi riferisco alla disparità <em>sano/malato</em>, su cui non si può intervenire, ma su quelle citate (spazio, tempo, lingua), che pesano come macigni e potrebbero essere risolte.</p>
<p>L’apertura dei reparti ne risolve due (spazio e tempo) e ha una ricaduta notevole sulla terza.</p>
<p>Forse però è bene riprendere alcuni punti. inquadrandoli nella nostra società.</p>
<p>L’ospedale è pubblico, la formazione professione è pubblica (cioè finanziata dallo Stato), l’utenza è pubblica. Dunque possiamo dire che ciascuno di noi, attraverso il suo contributo fiscale, contribuisce a creare quegli spazi, a formare gli operatori, a garantire il funzionamento. Può capitare poi che qualcuno di noi si ritrovi a diventare utente di quel sistema a cui ha contribuito nella misura prevista dal nostro Stato. Ma l’accoglienza è raramente quella che si dovrebbe riservare a un contributore.</p>
<p>Aggiungo un’altra considerazione: l’utente (il malato, il paziente, ….) “appartiene” sì alla comunità, ma prima ancora e molto di più, alla sua famiglia, alla sua cerchia di amici e conoscenti. Questo sta alla base della nostra società (e di molte altre).</p>
<p>Aggiungo ancora un’altra considerazione: in terapia intensiva si finisce quando esistono fondati dubbi sulla possibilità che un individuo muoia.</p>
<p>Ecco il punto. Come può una struttura (quella di cui ciascuno di noi è in parte azionista. come ho ricordato), impossessarsi, se pure con le migliori intenzioni, di un individuo in pericolo di vita, stabilire quanto e quando i legittimi proprietari (mi si passi il termine) possono vederlo, farsi tramite, interlocutrice, mediatrice, di una possibile morte che non le appartiene, perché appartiene ad altri che stanno fuori dalla porta?</p>
<p>Non so se sono chiara. Voglio dire che mi pare sempre più inconcepibile che dei medici e degli infermieri che impediscono o limitano a dei parenti la possibilità di stare vicino al proprio malato si presentino poi ad un colloquio per spiegare quanto è in pericolo di vita quell’individuo (individuo che ha anche buone probabilità di morire fuori dall’orario di visita), o  a quale tipo di vita andrà incontro, che i parenti scopriranno pienamente solo al momento delle dimissioni e non giorno per giorno, momento per momento.</p>
<p>La scelta di quanto e quando stare vicino ai nostri malati non può che essere degli utenti.</p>
<p>A meno che esistano motivi fondati che lo impediscano o sconsiglino.</p>
<p>Così abbiamo sempre pensato tutti, che questi motivi esistano. E per questo quando ci è capitato, direttamente o indirettamente, di imbatterci in orari di visita molto limitati, in ambienti molto isolati, in bardature richieste ai visitatori, abbiamo pensato che fosse necessario.</p>
<p>Scoprire che non lo è, o che raramente lo è, mi è parso liberatorio e avvilente. Liberatorio perché la cosa fa ben sperare. Prima o poi sarà difficile negarlo.</p>
<p>Avvilente perché ho capito che io sono stata molto fortunata a capitare in una terapia intensiva aperta 24 ore al giorno (una delle poche in Italia; ma alcune Regioni come l’Emilia Romagna stanno facendo grandi passi avanti), quella dell’ospedale Giovanni Bosco di Torino, di cui è responsabile Sergio Livigni, ma alla stragrande maggioranza dei malati e dei parenti in Italia questo non può capitare.</p>
<p>E allora mi pare un dovere parlarne, informare, far nascere un movimento di opinione, anche modesto, ma tenace, che non lasci l’argomento soltanto nelle mani degli operatori sanitari, perché è un argomento di tutti noi cittadini.</p>
<p>Agli operatori sanitari lasciamo il compito di informarsi e informare sulla scientificità (anzi, non scientificità) delle chiusure e delle bardature (camici, calzari, mascherine). Sempre a loro lasciamo il compito di formarsi per essere in grado di lavorare senza problemi accanto ai famigliari (mi chiedo sempre: non è forse più severo e critico l’occhio del collega o del primario piuttosto che quello di un povero parente disfatto dall’ansia e incompetente?). In fondo, anche uno come mio marito, che sostiene di aver messo in croce chiunque gli venisse a tiro (e la stima e la riconoscenza per la professionalità e la gentilezza ne sono testimoni), riconosce che più che tanto non si può disturbare e che un bravo medico e un bravo infermiere sanno anche come arginare comportamenti che possono davvero intralciare il loro lavoro.</p>
<p>In questi mesi ho scoperto con sorpresa che il mio sito è visitato da un numero di persone molto superiore alle mie aspettative. Se anche dimezzo il numero dei visitatori, perché qualcuno ci capita per sbaglio, la cifra rimane interessante.</p>
<p>E allora da oggi chiedo a chi leggerà queste righe, di riflettere sulla questione dell’apertura dei reparti, soprattutto delle terapie intensive. Di informarsi, di parlarne con altre persone.</p>
<p>Di considerarla un diritto, quell’apertura. Un diritto delicato, che può richiedere tempo e attenzione (anche da parte nostra) perché lo si possa esercitare ovunque. Ma pur sempre un diritto da non dimenticare.</p>
<p>Da parte mia, mi impegno a raccogliere informazioni e a divulgarle.</p>
<p>Quante Terapie intensive sono aperte 24 ore al giorno, quanto sono mediamente aperte le altre?</p>
<p>Non escludo neppure di raccogliere dati sugli orari di tutte. In fondo non saranno migliaia e migliaia. O forse tutti questi dati ci sono già e si tratta soltanto di farli circolare fuori dall’ambiente sanitario.</p>
<p>Grazie!</p>
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